Un litro d'acqua erogato costa 0,2 vecchie lire, per un chilo di rifiuti si è disposti a pagare fino a 600 lire. Credo ci sia un po' di scandalo in questi numeri se diciamo, come penso sia vero, che la risorsa da consegnare alle prossime generazioni sia l'acqua. La misura economica non è certo tutto ma dà il significato al valore che noi attribuiamo ad una certa cosa. Parto da questa provocazione per dire che in Italia si parla di acqua ma non si mettono a disposizione le risorse sufficienti per questo settore. La Lombardia non ha penuria d'acqua, ha però un problema serio di qualità destinato a crescere nel tempo; le attività antropiche che abbiamo sviluppato negli ultimi decenni, la chimica che abbiamo riversato sui terreni graveranno inevitabilmente nelle falde più profonde con ulteriori problemi di potabilizzazione. Anche dal punto di vista del ciclo idropotabile la Lombardia ha grossi problemi: oltre la metà dei comuni non sa bene dove siano le sue reti fognarie e in che stato siano, il 40% non depura le proprie acque. C'è bisogno di un intervento infrastrutturale molto forte sia dal punto di vista finanziario ma anche dal punto di vista tecnologico; sono migliaia di miliardi di investimenti in rifacimenti di reti, di impianti, di tecnologie, soldi che oggi non ci sono e tranne poche eccezioni, non vedo nel panorama troppo frammentato delle aziende pubbliche oggi presenti la capacità, anche tecnologica, di investire rispetto a questi obiettivi. La frammentazione gestionale nel settore idrico, come in qualsiasi altro settore di servizi, costituisce un'ulteriore problema. Il processo di liberalizzazione dei mercati mette in campo un'authority che serve per regolare i processi. L'obiettivo di queste autorità è duplice: da una parte elevare continuamente la qualità dei servizi offerti che in termini di aziende significa aumentare i livelli di costi interni, dall'altra cercare di ridurre i prezzi. Questa è una forbice estremamente pericolosa soprattutto per le dimensioni mediopiccole, solo l'aggregazione consente di fare massa critica, di spalmare i costi comuni. Ciò porterà nei prossimi anni ad avere pochi attori perché i processi di aggregazione sono ineluttabili e andranno perseguiti. E ciò vale anche per il servizio idrico che riguarda quasi esclusivamente il pubblico.A differenza di tutti gli altri settori, dove le reti possono essere interconnesse e quindi si può spingere una liberalizzazione, il ciclo dell'acqua per sua natura non ha, almeno per come sono impostate le politiche dell'acqua, interconnessioni di rete e la qualità di ciò che viene distribuito non è uguale dappertutto e questo fa sì che non sia possibile pensare ad un principio di liberalizzazione tale per cui le reti sono disponibili a tutti e tutti possono mettersi a comprare e vendere. C'è un monopolio e rimarrà tale, l'Italia è uno tra i pochi paesi che ha dichiarato l'acqua bene pubblico e anche se la gestione passasse al privato questi ha in mano un monopolio, non si appropria del bene come avviene in altre nazioni. Se si vuole mantenere una presenza pubblica in un settore come quello idrico occorre però fare politica industriale. Fare industria nel campo dei servizi significa avere dei numeri davvero grandi altrimenti non si ha la capacità di stare sul mercato. Oggi nel ciclo idrico l'Italia va avanti a proroghe perché siamo fuori norma: lo siamo perché non sono stati fatti gli investimenti, non sono state rinnovate le reti, non ci sono le risorse e le 0,2 lire al litro non garantiscono capacità di intervento finanziario, di acquisizione di know how sufficienti per fare tutto questo. Questi sono i problemi che abbiamo di fronte.