Finalmente il nodo “acqua” è venuto alla ribalta; finalmente anche in Lombardia comincia a crescere la sensazione che alla risorsa ambientale per eccellenza stia capitando qualcosa. Il qualcosa si chiama, in un ordine casuale: piove troppo (e finiamo regolarmente allagati), piove troppo poco (e finiamo appiedati… e non è detto che sia un male), la neve si ritira di 50 metri l’anno, mezzo mondo è privo di acqua, le prossime guerre si faranno per l’acqua. Oltre a questi macro e micro aspetti, molti dei quali problematici e complessi, ci sono anche gli Ato, gli Ambiti territoriali ottimali, entro i quali secondo le riforme legislative dovrà essere in futuro gestito il servizio idrico integrato, dagli acquedotti alla depurazione. Gli Ato sono stati introdotti dalla legge Galli del ’94 e in seguito recepiti, con non poco ritardo dalla Regione Lombardia, dalla legge 21 del 1998. Ma contro questa riforma decine di comuni lombardi hanno levato gli scudi, chiedendo un referendum che l’Ufficio di Presidenza della Regione Lombardia ha giudicato ammissibile. Il centrosinistra sta studiando una proposta di legge, che presenterà a breve, per dare una risposta organica al fronte referendario. A me sembra che le cause delle ansie diffuse tra i comuni che stanno portando alla consultazione regionale, siano ascrivibili ad una “gerarchia” che provo ad elencare. Anzitutto mi sembra di cogliere il timore che la risorsa acqua possa essere privatizzata, e quindi per contrastare questo si rischia di esaltare l’esistente all’eccesso, fino a sconfinare nella conservazione (da intendersi in senso letterale: impedire ogni cambiamento). Traduco esprimendo nel contempo la mia opinione: l’acqua non deve essere privatizzata, mentre invece ne può essere liberalizzata la gestione, il che in sostanza significa che la risorsa è, e rimane, collettiva, che le reti restano in capo al sistema delle aziende pubbliche, la manutenzione straordinarie e gli investimenti strategici rimangono alla proprietà (cioè pubblici), mentre manutenzione e gestioni ordinarie possono essere privatizzate tramite gara. Mi sembra una posizione sulla quale potersi attestare, perché garantisce il cuore delle scelte, senza rischiare di finire in una sorta di neostatalismo degno di altri obiettivi.C’è poi il timore del rapporto grande-piccolo, sia sul piano istituzionale che industriale (pochi grandi comuni assemblati contro tanti comunelli, multinazionali onnivore contro le piccole società di proprietà pubblica…). Paure evidentemente comprensibili, ovviabili sul piano industriale con le politiche dette prima, e sul piano istituzionale con “equilibri” che non penalizzino nessuno. Anche perché se rimangono in mano “pubblica” le grandi scelte, ciascuno sa di poter essere più forte, compreso il piccolo comune di montagna che teme – con qualche ragione - la voracità metropolitana e si illude di poterla contrastare con un simpatico ma metafisico “ma io ho una bella gestione in economia” (dove in 9 casi su 10 l’economia è data dalla mancata contabilizzazione di costi solitamente imputati a bilanci generali del comune…). C’è, infine, il timore di aumento dei costi, soprattutto per chi ha guardato le statistiche europee e ha scoperto che le nostre sono fra le più basse. Escluso l’utilizzo della leve dei costi come processo educativo (solo se paghi tanto ti accorgi di quanto un cosa vale: è vero, ma vale per un mercato - si tratti di gioielli o di Brunello - che non investe le risorse fondamentali), rimane solo il rapporto costi-benefici. L’acqua “potabile” (provate a contestualizzare il termine…) non è meno ricca di qualità di quella commercializzata come minerale, e può costare decine di volte meno: bella sfida per gli Ato territoriali. Nel frattempo, si trovi un meccanismo di “medietà” che, partendo dalle tariffe più alte già applicate, alzi – di poco e progressivamente - le più basse, in modo da consentire il recupero delle risorse finanziarie necessarie senza forzare troppo. E’ anche questa una proposta su cui stanno lavorando, ad esempio, nell’Ato di Milano. Insomma, il riordino organizzativo della gestione del sistema acqua può essere vissuto o col timore del cambiamento, o come opportunità innovativa. Francamente non ho dubbi che la seconda sia meglio.
Agostino Agostinelli
Ds, Consigliere d’amministrazione Arpa Lombardia