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Data: 10 ottobre 2006

Piano di sviluppo rurale - Fondi agricoli 2007-2013 occasione persa

Da Ecoappunti, - 10 ottobre 2006

Nei prossimi 7 anni la Regione Lombardia avrà a disposizione circa 700 milioni di euro1 per consentire all'agricoltura di rispondere ai criteri di sostenibilità e per avviare processi di sviluppo nelle aree rurali, ma come già avvenuto nel precedente settennio (2000-2006), ci prepariamo a veder sfumare la speranza, insieme al denaro pubblico, di poter costruire su basi solide il futuro delsettore primario

Il nuovo Piano di sviluppo rurale (Psr 2007-2013), strumento di programmazione dei capitoli di spesa pubblica europea e nazionale, presenta già visibili e chiari, pur non essendo ancora in una versione definitiva,2 i segni di continuità con il passato.

Sostegno economico
Il sostegno economico continua ad essere considerato un ammortizzatore sociale per le aziende più grandi di pianura, quelle che pur dette “professionali” non riescono a reggersi con le loro gambe sul mercato (nel Psr 2000-2006 il 18% delle aziende ha ricevuto il 27% dei contributi, soprattutto nel settore “bovini”). Nel concreto si chiede ai contribuenti di sostenere la produzione di materia prima indifferenziata, con scarso valore aggiunto e dipendente da input chimici; una produzione sempre più schiacciata dalle industrie agrochimiche, a monte, e da quelle di trasformazione e distribuzione, a valle. E nonostante questa politica non stia ripagando dei sacrifici sostenuti dalla collettività (le aziende continuano a scomparire, la proprietà si concentra in poche mani e grandi porzioni di terreno agricolo vengono abbandonate) la Regione va avanti per la sua strada: la competitività, si legge nelle bozze del nuovo Piano, rimarrà “l'asse programmatico portante e prioritario dello sviluppo rurale”, come lo è stata nella programmazione precedente.
Competitività
Ma cosa si intenda con il termine “competitività” non è dato sapere: la Regione continua a proporre e a venderci l'illusione che si possa vincere la sfida del mercato globale lanciando i prodotti lombardi a prezzi più bassi di quelli cinesi, tunisini, argentini e, quindi, continua a proporre il Piano di Sviluppo Rurale come la continuazione delle sovvenzioni comunitarie alla produttività aziendale. Il Psr, invece, potrebbe (e dovrebbe!) diventare una politica di indirizzo, che segna percorsi alternativi di produzione, che delinea un diverso paesaggio nelle nostre campagne, che ricostruisce un rapporto di fiducia e di reciprocità tra i consumatori e i produttori, che mette in grado gli agricoltori di vivere dignitosamente con il proprio lavoro.
Senza confronto
La chiusura della Regione su questo argomento e la non disponibilità al dialogo e al confronto democratico (il Psr non verrà discusso in Consiglio, come avviene nelle altre Regioni italiane, ma sarà un atto di Giunta) appare, quindi, ancora più intollerabile se si ragiona in termini di lungo periodo: l'agricoltura lombarda perde un'occasione importante per riconquistare una centralità economica all'interno della filiera produttiva e per diventare il volano di un progresso condiviso e partecipato dalla collettività.
Contentini progressisti
Il governo regionale si limita a lanciare proposte “rivoluzionarie” che non hanno nessun futuro: si concede, con una mano, qualche soldo all'agricoltura biologica, senza tra l'altro costruire intorno ad essa le infrastrutture capaci di farle spiccare il volo, e con l'altra si finanziano pratiche agricole convenzionali, coperte per l'occasione di una sottile patina di sostenibilità. Oppure si pone come obiettivo la valorizzazione della “biodiversità”, attraverso il recupero delle varietà e delle razze locali, mentre contemporaneamente non si agisce in alcun modo sulla logica che pone alla base del profitto la riduzione dei costi alla produzione e che, quindi, spinge ad adottare grandi economie di scala, manodopera sottopagata e sostanze chimiche. Si fanno progetti per salvare la biodiversità mentre si è responsabili delle condizioni che impediscono di fatto agli agricoltori di riprodurre semi tradizionali o di allevare animali adattati al proprio territorio. Si parla dell'importanza del presidio del territorio e dei pericoli derivanti dall'abbandono delle zone svantaggiate di montagna, ma poi queste realtà non si mettono in grado di accedere ai contributi (tra l'altro scarsi!). Si parla di forestazione, ma poi si limitano i fondi alle attività di silvicoltura su terreni agricoli (non attivando, ad esempio, misure per gli interventi preventivi contro gli incendi), con il rischio di ripetere l'errore di incentivare quasi esclusivamente la coltivazione in pianura di cloni di pioppo, il cui valore in termini di biodiversità è praticamente pari a zero. Si vuole garantire la difesa del patrimonio idrogeologico ma poi alla forte domanda di acqua della regione (agricoltura, idroelettrico, turistico, industriale) si propone di rispondere con un aumento dei prelievi e degli invasi, senza predisporre misure che garantiscano il mantenimento dell'equilibrio naturale della risorsa e la tutela delle sorgenti perenni.
Conclusioni

Insomma, la gestione dei fondi per lo sviluppo rurale sembra a dir poco schizofrenica e slegata da una riflessione consapevole e responsabile. Un modello di produzione ecologico, basato sulla specificità delle realtà locali, sulla biodiversità, sulla filiera corta, che restituisca ai cittadini i sapori e che ridia dignità ai saperi degli agricoltori è ancora lontano da venire.
Simona Capogna

1 L'ammontare esatto della cifra disponibile deve essere ancora stabilito. Si parla di un'ipotesi fatta dalla Regione in base alla disponibilità economica del periodo 2000-2006 e ad una contrazione prevista delle risorse comunitarie del 13%.
2 Per l'approvazione finale del PSR si attenda la notifica del Piano Strategico Nazionale (PSN) del 31 ottobre 2006.