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Data: 10 ottobre 2006

Analisi lobby venatoria - Sono davvero forti i cacciatori?

Da Ecoappunti, - 10 ottobre 2006

All'inizio dei combattimenti in Nord Africa durante la seconda Guerra Mondiale i tedeschi si erano costruiti una tale reputazione di invincibilità che i rapporti militari inglesi imputavano normalmente il fallimento di ogni operazione semplicemente all'arrivo dei tedeschi. Il fatto era diventato così diffuso che gli alti comandi inglesi avevano espressamente vietato l'utilizzo di questa “spiegazione”: i tedeschi andavano combattuti, non semplicemente addotti come giustificazione di fallimenti

Dopo oltre sessant'anni, il mondo ambientalista corre lo stesso pericolo degli inglesi e a fare la parte dei tedeschi è la “lobby venatoria”. Quando la normativa per la tutela della fauna viene violata, stravolta, con l'approvazione di deroghe illegittime, calendari venatori infausti, o quando circolano proposte di legge faunicide o quando una pioggia di emendamenti al piombo si abbatte su un provvedimento come quello recente sulle Zps (zone protezione speciale), troppo spesso si alza la bandiera bianca dell'ineluttabile invincibilità della “lobby venatoria”.
Ma chi è questa lobby?
I cacciatori in Italia sono da anni stabili a quota 800.000 e sono suddivisi in varie associazioni. La principale è certamente la Federazione Italiana della Caccia (Federcaccia) che dichiara ben 420.000 associati, a cui seguono Arci caccia, Italcaccia, Enalcaccia, Associazione Nazionale Libera Caccia, Associazione Nazionale Uccellatori e Uccellinai e altre sigle locali (come ad esempio i cacciatori appenninici). Come di vede un mondo frammentato, dilaniato da feroci contese tanto che anche l'Unavi, l'associazione che per venticinque anni ha tenuto insieme le diverse sigle si è clamorosamente dissolta di recente. A questo si aggiunge il tentativo di far crescere nuove associazioni alternative a quelle tradizionali, di solito partendo da una base locale. Quando parlano di sé stessi i cacciatori lamentano le eccessive divisioni al proprio interno e l'incapacità di muoversi in maniera organica per difendere i propri “diritti”.
Vittime e assediati
Certamente un elemento che unifica i cacciatori è quello di sentirsi vittime ed assediati. Con la crescente diffusione della sensibilità ambientale, anche se tendenzialmente sentimentale e pronta a commuoversi per un “bambi” ma a non muoversi per problemi ben più gravi, la caccia è sempre meno popolare e viene sempre meno ben vista. A questo si aggiunge la tendenziale crisi di quel mondo, sempre più vecchio (ad esempio il 70% dei cacciatori in Piemonte ha più di cinquanta anni e solo il 4% meno di trenta), marginalizzato dal degrado ambientale, irrimediabilmente vittima di una concezione consumistica della caccia incapace di investire sul territorio per migliorarlo.
Dimensione economica
Un argomento che sembra dar forza alla fantomatica “lobby venatoria” è la dimensione economica della caccia. Si stima che il “contributo economico” della caccia all'economia nazionale sia di circa 2,1 miliardi di euro, 61.200 gli occupati, un introito fiscale complessivo di quasi 2,5 milioni di euro. I cacciatori son forti perché hanno dietro i soldi degli armieri? Difficile da credere. Il mercato delle armi, se si escludono le aziende artigianali, è fatto da ben altro; si pensi alla Beretta che rifornisce eserciti in mezzo mondo. 800.000 cacciatori garantiscono un minimo di ricambio delle armi e il materiale di consumo, tanto è che vero che per diversificarse un po' l'attività la Beretta ora produce anche abbigliamento: non si tratta di un settore in crescita che porta ricchezza e su cui le imprese vogliono investire significativamente.
Ambientalisti e cacciatori
Il sospetto, per riallacciarci a quanto detto all'inizio, è che la presunta “forza” della lobby venatoria celi in realtà un altro problema: non sarà il mondo ambientalista a essere poco capace di fare lobby? In sintesi, non sono forti loro, siamo deboli noi. La tragicomica avventura del decreto sulle Zps ne è stata l'ennesima prova. I cacciatori si sono presentati in forza in piazza (10.000 persone), attivi nei contatti con i parlamentari, preparati (anche se sulla base di argomentazioni fragili). Il mondo ambientalista è arrivato poco preparato sul tema, non coordinato, privo di un adeguato lavoro di preparazione sui parlamentari più sensibili, appellandosi più alle “petizioni on line” dell'ultimo minuto o al buon cuore di chi doveva risparmiare la peppola che è così carina, incapace di utilizzare quella quantità di granitiche considerazioni che la Commissione europea stessa gli aveva messo in mano con la messa in mora dell'Italia.
La conclusione è quindi evidente. È necessario da parte di tutte le forze che si dichiarano a favore dell'ambiente una profonda autocritica e una presa di coscienza che il fronte opposto ha molti più punti di debolezza che di forza: basta iniziare a fare le cose seriamente per veder vacillare e cadere questo gigante dai piedi di argilla. In fondo, come è poi finita tra inglesi e tedeschi in Nord Africa, lo sappiamo tutti. Non resta che rimboccarsi le maniche.