Data: 4 febbraio 2006
Editoria da sostenere - Il mestiere delle armi
Da Ecoappunti, - 4 febbraio 2006
La missione militare italiana in Iraq costa 60 milioni di euro al mese, 1 miliardo e ottocentomila euro dal suo inizio nel giugno del 2003. Come si determina questa cifra? Somme ingentissime che spesso è difficile decifrare. È l'obiettivo del numero di marzo di Valori che si trova nelle edicole di Milano e nelle Librerie Feltrinelli di tutta Italia (in abbinamento al Pizzino, mensile di satira contro la mafia)
Il mensile, promosso da Banca Etica, punta ogni mese l'attenzione sui grandi numeri dell'economia e della finanza, sui meccanismi che sottostanno alle decisioni di governi e organizzazioni internazionali. Mercanti di morte, questo il titolo del dossier di marzo che punta l'attenzione sull'industria bellica, sugli incredibili guadagni (anche borsistici) prodotti dalle decisioni del Pentagono, sul profondo cambiamento della spesa per la difesa dell'Italia che andrebbe a questo punto chiamata spesa militare per l'offesa. Non solo la missione in Iraq ha raggiunto un budget impressionante ma tutte le recenti scelte del Governo Berlusconi sono improntate a una strategia di offesa, in aperto e netto contrasto con i dettami della nostra costituzione.
Antica Babilonia
Dal giugno 2003 a tutto il 2005 il costo ufficiale di Antica Babilonia è stato di circa 1 miliardo e duecentomila euro per la parte militare e di circa 92 milioni di euro per la parte umanitaria. Già questa proporzione - meno di un decimo - la dice lunga sull'ambiguità della nostra missione, che negli atti legislativi è sempre indicata come “Missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq”. Le somme stanziate coprono solo le indennità aggiuntive di missione, ma non includono i trattamenti di base. Il monte stipendi speso per i quasi 3.000 militari presenti in Iraq ammonta a circa 48 milioni di euro ogni sei mesi: in due anni e mezzo, quindi, bisogna calcolare 240 milioni di euro. Ma schierare tremila persone all'estero vuol dire svuotare le caserme in Italia, rendendo necessario il richiamo dei riservisti, degli straordinari e anche l'outsourcing, in tutte quelle funzioni dove è possibile: servizi mensa, pulizie, manutenzione dei mezzi, ecc., con un aggravio di spesa di altri 50 milioni di euro. L'addestramento prima della partenza dei reparti raddoppia, di fatto, il numero degli uomini direttamente impegnati nella missione. Totale: altri 100 milioni di euro. Il supporto logistico dall'Italia, le telecomunicazioni, il comando e il controllo impiegano altre 500 persone, con mezzi e materiali che aumentano il costo di altri 30 milioni di euro. E - senza parlare del costo di vite di civili e militari - bisogna calcolare l'usura dei diversi mezzi utilizzati o la loro distruzione: per circa 5.000 mezzi (impegnati in Iraq) si spendono al mese 9.250.000 euro. Ma l'uso in condizioni operative estreme comporta un maggior costo, almeno del 20 per cento: 2 milioni di euro al mese in più, 60 milioni nei trenta mesi della missione italiana.
Da dove sono arrivati i soldi
L'Italia nel 2004 ha tagliati tre capitoli di spesa del ministero degli Esteri per la cooperazione internazionale e per le organizzazioni non governative, per i finanziamenti degli organismi internazionali e anche 100 milioni di dollari dal fondo per la lotta all'Aids, dirottati sulla missione irachena.
Secondi i dati del Rapporto Sipri 2005, l'Italia, con una spesa militare di 23,16 miliardi di euro nel 2004 e di 23 miliardi di euro nel 2003, si piazza al settimo posto della graduatoria mondiale per il secondo anno consecutivo, precedendo paesi tradizionalmente con alta spesa militare come Russia (16,16 miliardi), Arabia Saudita (16,08 miliardi), Corea del Sud (12,91 miliardi) e India (12,58 miliardi).
Raffrontando i dati Sipri 2005 sulle spese militari con i dati dell'Annuario della Cia sulla popolazione di ciascun Paese (stime al luglio 2005) la spesa militare italiana nel 2004 è costituita da ben 398,62 euro pro-capite (spesa militare di 23,16 miliardi di euro diviso popolazione di 58,1 milioni di abitanti), che supera quella di nazioni come il Giappone (spesa militare pro-capite di 276,66 euro) o la stessa Germania (spesa militare pro-capite di 342,50 euro). Se è vero che gli Usa spendono 1282,50 euro pro-capite per spese militari, la Gran Bretagna 623,33 euro e la Francia 634,16 euro, va però notato che l'Italia spende per l'assistenza (maternità, disoccupazione, handicap, edilizia popolare ecc.) circa 545 euro per ogni cittadino all'anno. La media europea è di 1.558, quella inglese di 1.619, la francese di 1.754, la tedesca di 2.049. Se misurata rispetto al Pil la differenza è sconcertante: l'Italia dedica alle voci dello stato sociale il 2,7% del proprio Pil (poco più delle spese militari), mentre la media europea è assestata sul 6,9%, con la Gran Bretagna al 6,8%, la Francia al 7,5, la Germania all'8,3%.
Bisogna radicalmente cambiare le politiche di investimento e bilancio pubblico puntando sui piani a sostegno dello sviluppo sostenibile. Risparmio energetico, risorse rinnovabili, consumo consapevole non sono più solo obiettivi di movimenti e organizzazioni non governative. Devono diventare i cardini dell'azione politica per combattere concretamente i disastri ambientali e i cambiamenti climatici.