Data: 4 febbraio 2006
Aria nostra - Il sogno di libertà e l'incubo del respiro
Da Ecoappunti, - 4 febbraio 2006
Anche quest'anno l'unica iniziativa visibile per affrontare l'emergenza inquinamento è stata il blocco domenicale del traffico, blocchi fissati a prescindere dal livello di inquinamento. Dopo anni in cui questi provvedimenti erano accompagnati da polemiche e dubbi sulla loro efficacia, la città sembra oggi rassegnata
Rassegnata al blocco del traffico, rassegnata alla sua inutilità, rassegnata a dover fuggire da Milano per potersi ossigenare appena possibile. E' un brutto segnale; sembra siano venute meno anche le forze per arrabbiarsi. I milanesi sono pochi, la stragrande maggioranza di chi vive in questa città non è vi è nato, le sue radici sono altrove, ma tutti si sentono parte di questa città, così generosa nel dare opportunità di lavoro e così poco ricambiata, rifiutata, come se fosse infetta. Che cos'è questo virus oscuro che sembra aver preso Milano?
Un virus che nasce da lontano
Forse questo virus nasce da lontano, da quando questa città è divenuta il simbolo dell'efficienza e ha socialmente “bandito” alcuni degli elementi fondamentali del benessere di una comunità, come il senso estetico, sempre più livellato verso il basso , l'ozio creativo e laborioso, preludi fondamentali per l'attività fantastica, parola anche questa di cui si è dimenticata l'origine, la fantasia, non compatibile con l'efficienza.
Come è possibile che chi governa questa città non colga questi segnali e non sia più in grado di dare un segnale di cambiamento, un segnale di speranza?
Ma il virus è duro da combattere, i blocchi fermano la città, si dice, immagine falsa e stereotipata da una comunicazione che non si chiede ormai da molto tempo dove sia andata e quale sia la direzione intrapresa da questa città. E' la domanda fondamentale, a cui i cittadini non hanno ormai da troppo tempo risposta, e molti di loro, spesso i più ricchi, se ne vanno, lasciando il posto a nuovi poveri. Fermiamo la città un mercoledì, istituiamo un giorno al mese in cui si eviti di quantificare economicamente il silenzio, la bellezza e l'aria pulita: offriamo, per una volta, la parità di respiro a tutti i cittadini.
I costi sociali dello smog
La scienza ci dice che l'inquinamento, ai livelli di Milano, accorcia la vita, provoca malattie respiratorie croniche e, in una società che ha quantificato tutto, rappresenta un altissimo costo sociale. Ma è un costo che incredibilmente non modifica le scelte, sempre sostanzialmente simili e incuranti delle ammonizioni scientifiche. Aver concentrato in una area ristretta e chiusa come la pianura padana una serie infinita di attività ha irrimediabilmente congestionato questo territorio, che ormai ha rotto ogni equilibrio ecologico, sia ambientale che sociale. E le risposte purtroppo non possono che essere di piccolo cabotaggio, in un sistema ingolfato da norme e competenze che si aggrovigliano tra di loro.
La miopia
delle pubbliche amministrazioni
In un recente dibattito televisivo, i petrolieri imputavano l'aumento del prezzo del carburante alla chiusura, per motivi ambientali, di alcuni impianti di raffinazione. Non veniva nemmeno considerato il costo sociale e ambientale che tali impianti avrebbero potuto determinare qualora non fossero stati chiusi; ma se tale atteggiamento è comprensibile nell'industria petrolifera, che in questi anni ha realizzato profitti record, non è ammissibile né concepibile nell'amministrazione pubblica, dove il risultato dovrebbe essere valutato in termini di soddisfazione del cittadino e vivibilità del territorio. L'aria che respiriamo non è ancora determinante nell'influenzare l'opinione pubblica, altre variabili sono ancora più rilevanti, forse perché non si informa a sufficienza sui legami tra i veleni che respiriamo, e la nostra salute, sia fisica che mentale.
Parole, parole, parole …
Eppure se rileggiamo le dichiarazioni programmatiche di governo degli ultimi dieci anni, sembrerebbe che l'ambiente e l'inquinamento siano stati tra i temi centrali. I risultati confermano il contrario. E' un atteggiamento purtroppo comune al mondo occidentale, così razionale e contemporaneamente incapace di ascoltare le previsioni della scienza. E così gli Stati Uniti non firmano il protocollo di Kyoto; l'Italia lo firma, ma a fronte di un obiettivo di riduzione di emissioni di gas serra del 6,5% rispetto al 1990, le incrementa del 13%, e Milano raggiunge il picco di inquinamento degli ultimi anni. Gli annunci centrati sullo sviluppo sostenibile si accompagnano all'invocazione di tecnologie pulite, in un delirio di onnipotenza che ha portato la nostra civiltà a essere sempre convinta di dominare la natura, invece di cercare di assecondarla, e così si continua a parlare di grandi opere, nuove infrastrutture, nuovi parcheggi.
Nuove strade si saturano in fretta
“Chi semina strade e parcheggi raccoglie traffico e code “, affermava poco tempo fa il presidente della Ford Germania, sintetizzando il paradossale legame tra domanda e offerta. Ogni nuova strada infatti, non solo rende più scorrevole il traffico esistente, ma si satura velocemente e induce nuovi flussi di traffico.
Pensare quindi alle nuove infrastrutture in una ottica non solo di valutazione di impatto ambientale, ma di valutazione ambientale strategica è il necessario presupposto per evitare investimenti, che oltre a generare disagi per il traffico esistente, che spesso si trascinano per anni, portano sollievo al traffico futuro per un periodo molto breve, giungendo infine a una situazione solitamente peggiore di quella esistente prima dell'inizio dei lavori.
Ce la possiamo ancora fare
Non ci sono quindi speranze? Il lavoro da fare non è sicuramente semplice, ma vi sono alcuni strumenti, che potrebbero alleviare la situazione senza dover invocare continuamente nuove arterie stradali.
Le soluzioni sono sempre le stesse, suggerite dal buon senso più che dalle scuole di management e cioè razionalizzare ancora di più gli orari di carico scarico merci, penalizzare le soste lunghe e aumentare il valore del suolo pubblico; in nessun paese civile è possibile parcheggiare l'auto sul suolo pubblico per mesi, senza vedersela trasformare in un cubo di lamiera. E' vero, a Milano non vi sono sufficienti parcheggi, ma Milano è anche una delle città al mondo con la più alta percentuale di automobili procapite, con un alto livello di inquinamento, con un flusso di pendolari superiore agli abitanti della città…
Una situazione di questo tipo non si risolve con nuove strade, ma ripensando una ottica nuova di mobilità globale, a volte addirittura nemmeno fisica (la rivoluzione tecnologica potrebbe ridurre significativamente una serie di spostamenti), dove l'automobile deve tornare a essere quella straordinaria invenzione che prometteva libertà e apriva nuovi orizzonti, e non essere, come oggi, l'incubo quotidiano di milioni di persone.