Data: 4 febbraio 2006
Agricoltura transgenica - Gli ogm e la strategia del consenso
Da Ecoappunti, - 4 febbraio 2006
La convenienza dell'utilizzo degli ogm in agricoltura è tutt'altro che un problema tecnico-scientifico. La loro introduzione implica cambiamenti socio-economici considerevoli e passa necessariamente attraverso l'accettazione pubblica dell'innovazione tecnologica
I consumatori europei hanno dimostrato diffidenza, se non ostilità, verso il cibo transgenico, per questo le aziende hanno messo in atto varie strategie per riacquistare la loro fiducia. Con il passare del tempo sono giunte alla conclusione che è più proficuo farsi da parte e far intervenire sulla questione associazioni apparentemente neutrali. In questi ultimi anni, infatti, è andato crescendo il numero di enti no-profit, di centri di studio o di divulgazione finanziati dal settore privato che, pur appellandosi all'obiettività della scienza, hanno il solo scopo di ottenere il consenso del pubblico sugli Ogm.
Un esempio in tal senso è il complicato gioco di scatole cinesi sapientemente costruito per nascondere il coinvolgimento delle multinazionali nella ricerca italiana presentata dal Cedab a Cremona il 27 gennaio 2006 (Vegetalia). Monsanto, Syngenta, Bayer, Dow, Basf, Sumitomo, Fmc, DuPont, aziende tra le principali del settore chimico e farmaceutico, infatti, hanno usato due “contenitori” ai più sconosciuti, CropLife International e Cedab, per non essere identificate come promotrici della ricerca in questione.
Il gruppo di ricerca Colco (Controlla il Controllore) dell'associazione ambientalista Verdi Ambiente e Società (Vas), nell'ultimo Report (Not in my name) ha cercato di dipanare le maglie di quella che ha definito la “strategia del consenso” e di individuare i pericoli insiti nell'oscuramento degli interessi privati, partendo proprio da un'analisi puntuale della federazione internazionale Croplife.
CropLife si presenta come un'associazione senza scopo di lucro per la tutela ambientale, che si impegna ad agire in maniera responsabile attraverso la realizzazione di programmi di ricerca e di campagne di informazione. In tale veste le sue proposte trovano accoglienza e credito presso le istituzioni internazionali impegnate nello sviluppo sostenibile e nella risoluzione della fame nel mondo. La sua comunicazione è difficilmente distinguibile da quella di una qualsiasi Ong perché è intrisa di un bagaglio linguistico espropriato ai movimenti ambientalisti e di difesa dei diritti umani. CropLife parla, infatti, di difesa della biodiversità e delle risorse naturali, lotta alla povertà e alla fame nel mondo, rispetto dei popoli e delle culture
Eppure la sua principale attività, fino a circa 10 anni fa, era semplicemente quella di rappresentare gli interessi delle aziende presso tutte le sedi decisionali e di potere, il suo ruolo era quello di “ambasciatore”. Oggi, nel tentativo di ricucire un rapporto di fiducia fortemente compromesso, si pone come un mezzo di intermediazione tra industria e società, nei panni dell'associazione sostenibile, responsabile e con una forte vocazione scientifica.
Questo cambiamento è comprensibile alla luce delle nuove opportunità di partecipazione messe in campo dalle istituzioni attraverso il processo di governance dell'innovazione. I vari gruppi della società civile sono sempre più spesso chiamati ad esplicitare direttamente le proprie rivendicazioni di fronte alle istituzioni nazionali e internazionali e ad assumersi compiti nella gestione delle problematiche. Con la nuova immagine e parlando in nome di interessi generali, CropLife può riuscire ad ottenere, al pari degli altri soggetti, visibilità e credito nell'arena pubblica.
Il problema è che la sostenibilità e la responsabilità sono formule vuote che non trovano riscontro nell'azione concreta, perché dietro la difesa dell'ambiente naturale e dei poveri del mondo si nasconde, di fatto, solo la volontà di ottenere leggi vantaggiose e di conquistare il consenso pubblico su pesticidi e ogm.
Inoltre, grazie al forte potere economico e quindi contrattuale, CropLife e i gruppi a lei simili riescono a prevalere sugli altri soggetti e a imporre nelle sedi istituzionali soluzioni legislative favorevoli alle industrie, ma pericolose per l'ambiente e la salute umana.
Attraverso questo meccanismo la società civile viene privata degli spazi di rappresentanza e perde la capacità di incidere nel processo decisionale perché al suo posto si eleva il coro unanime delle associazioni industriali. Alla fine si ha la netta sensazione che, nonostante tutti i partecipanti siano stati ammessi al gioco, non tutti dispongono delle stesse risorse per vincere e che di fatto le regole siano state truccate. Lo studio della federazione CropLife ha fatto emergere principalmente, quindi, la necessità di ripensare al processo di governance, affinché sia rispettato il principio della rappresentanza democratica, sia garantita la trasparenza e siano identificati i soggetti portatori di interesse.