Fiorello Cortiana , Carlo Monguzzi e Marcello Saponaro
Davvero qualcuno nel centrosinistra crede che il percorso della Lombardia all'interno del processo di globalizzazione internazionale passi per le simulazioni e le magre “campagne acquisti” di Roberto Formigoni e non per politiche concrete?
A noi non sembra proprio, perché fino ad ora non abbiamo apprezzato alcuna politica concreta capace di modificare la realtà. E cioè di produrre qualità territoriale e ambientale, un sistema integrato dei trasporti, una politica energetica virtuosa che punti su risparmio, efficienza energetica e uso di fonti rinnovabili, politiche di inclusione sociale e per un nuovo welfare. Nulla anche sul terreno decisivo della promozione dell'innovazione di prodotto e di processo, sempre più indispensabile alle nostre imprese per competere sui mercati globali.
Per noi una politica riformista, oltre che sostenibile, passa per tutto questo, anche se, sinora, di tutto ciò s'è visto molto poco.
Gli ingressi degli ex sindaci di Milano Carlo Tognoli e Piero Borghini nell'area formigoniana sono stati visti positivamente da qualcuno. Nulla da dire sulle persone, ma il loro ingresso non ci sembra abbia apportato granché alla politica formigoniana, che negli ultimi anni non è stata in grado di dare risposte adeguate ai bisogni sociali, economici e ambientali della Lombardia, come dimostrano diversi dati, numerosi dei quali contenuti negli stessi rapporti regionali, ma poco pubblicizzati dal governatore.
Lo strabismo di molti nel giudicare utile e positivo l'apporto di qualche nome della prima Repubblica, pur competente e capace, non rivela soltanto una subalternità e l'accettazione di un ruolo complementare da parte di chi vi è affetto, esso riflette piuttosto un tratto degenerativo tipico della politica nazionale, a cui però la cultura milanese e lombarda non sono abituate: qui non si vive alla giornata e non si tira a campare. Qui si è più abituati a una cultura del fare che programma, controlla e verifica i risultati raggiunti. Se una coalizione politica è giunta al capolinea e i risultati sono quello che sono, non basta dare una rinfrescata per mutare un risultato negativo. Bisogna cambiare.
In regione la maggioranza dei cittadini, non così corposa come la volta precedente, ha deciso nell'aprile scorso di affidarsi ancora una volta al traballante Formigoni. E il centrodestra come ha ripagato la fiducia ottenuta dai cittadini? Semplice, bloccando per mesi l'attività della terza assemblea del Paese dopo Camera e Senato, cioè il Consiglio regionale della Lombardia.
Un'inattività frutto di un mancato accordo sulla spartizione delle poltrone, cioè del potere nella ricca, ma sfiancata, amministrazione regionale e non su come risolvere i problemi dei cittadini. Problemi che dalla sanità ai trasporti, dalla qualità ambientale al rilancio sostenibile delle imprese, sono drammaticamente ancora tutti sul tappeto.
Se l'Unione giocherà bene le sue carte l'anno prossimo la musica cambierà a Milano e nel Paese, nel senso che il centrosinistra tornerà al governo. La città è smarrita da quasi dieci anni di governo di basso profilo del centrodestra e di Gabriele Albertini. Mentre il Paese è sfiancato e impoverito dalle scelte inadeguate del governo Berlusconi.
Nel capoluogo e nella nostra regione risorse ed esperienze virtuose che concorrono e competono nel processo di innovazione non mancano, tanto nelle università che in cospicui settori di impresa, nelle politiche di alcune amministrazioni locali e in numerose e vivaci realtà sociali.
Crediamo che i cittadini milanesi e lombardi si aspettino una politica pubblica capace di valorizzare e di connettere a sistema questi settori. Il resto sono annunci accompagnati da condoni e da ticket sanitari.
Non è ipotizzabile né desiderabile che il centrosinistra vinca nel 2006 a Milano e nel Paese per la disperazione degli italiani prodotta dai fallimenti del centrodestra. Qui, e in Italia, i cittadini affrontano e affronteranno un periodo difficile, occorre che lo possano fare investendo in una concreta speranza, vivendo il futuro come una opportunità da cogliere per sé e per i propri figli e non come una minaccia. La sfida per l'Unione parte da qui, non è un problema di geografie politiche ma di proposte, non ci sono spazi per un ritorno a equilibri e a centralità di vecchio stampo. Dobbiamo guardare avanti.