di Stefano Facchi - Responsabile Cittadini per l'Ulivo provincia di Milano
L'argomento non scalda il cuore, non muove masse entusiaste di persone. Tuttavia è un sasso da tirare, nello stagno della politica, anche del centrosinistra, ingessata in rituali logori.
L'ipotesi sul tappeto, infatti, è tra quelle destinate a cambiare il rapporto tra politica e cittadini, e a generare cambiamenti nel modo in cui gli eletti, o eleggibili, dovranno rivolgersi ai loro elettori.
Pensiamo, ad esempio, a cosa significherebbero le primarie di collegio per la scelta dei candidati: si imporrebbe un legame con il territorio. Deve, inoltre, essere considerato come un simile strumento esalterebbe l'elemento programmatico, facendolo diventare terreno di scontro (naturalmente insieme alla popolarità, alla storia personale, al partito o all'area di provenienza) tra i candidati.
Non è vero che le primarie debbano essere tenute mesi prima della scadenza elettorale, anzi. La battaglia politica tra i candidati, e il conseguente interesse dei mezzi di comunicazione, sono parte integrante della competizione; svolgendosi a ridosso ne farebbero parte integrante evitando, così, il pettegolezzo giornalistico, e magari facendo risparmiare anche denaro per la propaganda.
Infine ,le primarie rappresenterebbero un formidabile strumento di vera democrazia.
Per quanto sia ancora tutto in discussione, e debbano essere scritte le regole in modo partecipato e condiviso, si parte da un punto fermo: le primarie possono essere definite tali solo se danno la possibilità di esprimersi a tutti gli aventi diritto, cioè a tutti gli elettori coinvolti nella competizione elettorale oggetto dell'iniziativa.
Rivolgersi agli eletti, agli iscritti ai partiti, ad assemblee miste, con magari l'aggiunta di rappresentanti delle associazioni, significa fare un passo avanti dal punto di vista della partecipazione, ma, sia chiaro, le primarie sono un'altra cosa. E proprio in questo, probabilmente, sta la dirompenza dello strumento.
Nel passare dalle stanze dove i segretari dei partiti fanno la scelta, magari barattando la Lombardia con il Piemonte o il Veneto, e spesso scegliendo il candidato più “comodo”, quello che faccia tornare i conti (soprattutto se si pensa a una sconfitta), ad una grande partecipazione popolare, che darebbe al vincitore una indiscutibile autorevolezza.
Ho partecipato alla nascita e ai lavori del “Comitato Nazionale per le Primarie”, coordinato dal prof. Gianfranco Pasquino dell'Università di Bologna, considerato uno dei maggiori esperti a livello nazionale, e per sostenere questo obiettivo ne abbiamo costituito uno anche a Milano. La prima assemblea è stata assai partecipata, e caratterizzata da un buon livello di dibattito, erano presenti lo stesso Pasquino, Gad Lerner e altri relatori. Tra il pubblico in sala anche il consigliere regionale Carlo Monguzzi e l'imprenditore e aderente al movimento dei Girotondi Riccardo Sarfatti. Abbiamo presentato una proposta di regolamento per le primarie caratterizzata dalla semplicità e da poche regole, così da farne uno strumento largamente utilizzabile.
Si può partire dalle imminenti regionali in Lombardia, ha detto Pasquino: se non si faranno sarà per scelta, e non per mancanza di tempo, argomento spesso invocato da chi le primarie non le vuole fare ma, per salvare la faccia, vuole dichiararsi a favore.
Con il nostro lavoro abbiamo voluto fornire un importante strumento: niente di ideologico ma si sappia che, se si vuole, già da domani si può andare a primarie per tutte le competizioni elettorali che avremo di fronte.
Intanto tra poco saremo chiamati a partecipare a quelle per la scelta del leader della coalizione per il 2006: un po' all'amatriciana, ma sono primarie e, forse, l'avventura inizierà per davvero.