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Data: 10 dicembre 2007

Campania - Chiudere il ciclo

di Giulio Facchi - Consulente gestione ciclo rifiuti Regione Campania
La vicenda del termodistruttore di Acerra (Na) sembra aver rilanciato,
anche sul piano nazionale, la vecchia
e solita “querelle” sui termodistruttori come alternativa alle discariche.
In realtà si tratta di una vicenda molto più complessa, così come è complessa
la storia di dieci anni di emergenza rifiuti nella Campania e la specificità
della realtà locale in sé.
Non avrei alcun dubbio a sostenere la realizzazione dell'impianto se il tema fosse quello di avviare un impianto che consenta finalmente di chiudere il ciclo integrato dei rifiuti, di superare l'emergenza e di superare le discariche che, in Campania sono state, più che in altre situazioni, il simbolo di una fase di enorme illegalità e che per troppi anni sono state associate al concetto di ecomafia e criminalità organizzata.
Il piano regionale per la gestione dei rifiuti, imposto dall'allora ministro Ronchi, redatto dal presidente della Regione Antonio Rastrelli (An) nella qualità di commissario di governo prevedeva un sistema virtuoso, sicuramente avanzato sul piano europeo, che si basava sul seguente schema: 35% minimo di raccolta differenziata, produzione dal residuale 65% di un combustibile di rifiuto con caratteristiche di alta qualità sulla base del decreto ministeriale 5/2/98 emesso dallo stesso Ronchi.
Per fare un semplice esempio per la provincia di Napoli (quella che fa capo ad Acerra) dove la produzione di rifiuti, nel 1998, era di 4.200 tonnellate al giorno avremmo avuto il seguente scenario: 1470 tonn/giorno alla raccolta differenziata, 2730 agli impianti di cdr (combustibile da rifiuto) di cui 955 trasformate in cdr e quindi avviate all'impianto di termovalorizzazione.
Il piano prevedeva quindi che solo il 25% dei rifiuti fosse avviato a recupero energetico e che questo 25% era rappresentato da cdr di una qualità, tanto che lo stesso Ronchi in quel caso ritenne possibile evitare la procedura di Via (valutazione d'impatto ambientale), limitandosi a un parere di compatibilità ambientale.
Due erano quindi i presupposti del piano e delle procedure avviate: lo sviluppo della raccolta differenziata e la produzione di cdr di qualità corrispondente al 35% dei rifiuti trattati, a loro volta rappresentati dal 65% dei rifiuti prodotti.
Le cose andarono diversamente. Anzitutto nel 1998 ci fu una gara, assegnata a Fisia del gruppo Romiti , che prevedeva un dimensionamento degli stessi con ipotesi di raccolta differenziata zero. La raccolta differenziata era giunta ad un incoraggiante 12% ma per andare oltre aveva necessità di essere accompagnata da una ridefinizione generale dei sistemi di gestione e raccolta e fu emessa da Bassolino una ordinanza storica (319) bocciata dal Consiglio di Stato sulla base di ricorsi il primo dei quali, guarda caso, fu proprio di Fisia. Quell'ordinanza mirava a privilegiare, nei costi dello smaltimento, i comuni che producevano una maggiore raccolta differenziata e in sede di giudizio non fu per nulla sostenuta dall'avvocatura dello stato. Quanto al cdr, quello prodotto negli impianti non solo è di pessima qualità ma rappresenta di conseguenza circa il 50% di tutti i rifiuti prodotti e quindi circa 2000 tonnellate contro le 1000 previste nel piano.
Allora il tema non è termodistruttori sì o no, o si torna a lavorare per la realizzazione del piano previsto e si ristabiliscono i presupposti dello stesso, oppure Acerra rappresenta e rappresenterà il simbolo di un nuovo grande imbroglio, alla prepotenza della camorra si contrapporrebbe la prepotenza di istituzioni che parlano con lingua biforcuta e di grandi gruppi industriali che, non è detto, magari così verginelli non sono.