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Data: 10 dicembre 2007

Il Giardino degli aromi di Aurora Betti

Non c'è possibilità di coltivare l'arnica montana, perché risente negativamente delle attività umane manipolatrici e inquinanti, è uccisa dai concimi, o comunque dal tentativo di essere adattata a terreni non idonei, che non siano derivati direttamente dalle rocce granitiche, o che non siano le umide torbiere di alta montagna. Vive nelle zone alpine dai 1300 metri in su, nei pascoli freschi e tra le rocce silicee, nella luce limpida e nell'aria purissima perché luce e aria sono metabolizzati dalla pianta qui nel modo più appropriato grazie all'attività della silice e qui la pianta struttura il suo essere grande chimico e potenza guaritrice. Ecco in primavera i primi getti, poi una rosetta con foglie aderenti al suolo, ovali, verdi e argentee che sembrano una spirale, il gambo peloso vigoroso ed elegante allungandosi porta con sé foglie più piccole lanceolate e un bocciolo solitario completato qualche volta al di sotto appena da due boccioli più piccoli ascellari: l'arnica fiorisce a S. Giovanni e dopo, il fiore di colore giallo-oro è una fiamma di ligule distese, un capolavoro come le piante delle composite sanno fare. Dopo la fioritura gli acheni pelosetti e a piumetto saranno sparsi dal vento, e così avverrà la riproduzione quando il frutto si aprirà coi suoi semi poi la pianta si concentrerà nella sua espansione sotterranea col rizoma bruno, obliquo, molto aromatico ed amaro da cui emetterà nuovi getti e nuove rosette in primavera, una produzione di nuovi rizomi intrecciati ai vecchi, una vitalità sotterranea che si alterna in autunno alla vitalità floreale estiva. “Chimica” e soavità di aroma diventano più potenti a mano a mano che incontriamo l'arnica ad altezze superiori, è rigorosa e flessibile, perfetta ed energicamente essenziale. Solleva dagli stati di prostrazione e dalla non volontà di guarire, dalle psicosi nervose, dai grandi traumi fisici e psichici, guarisce da botte e distorsioni di qualsiasi natura, dà nuovamente la consapevolezza del proprio io perduto o confuso a causa della malattia, agisce come tranquillante con le sue sostanze canforate. Goethe, che gravemente ammalato ne aveva bevuto un decotto, la definisce rimedio “napoleonico” e pianta “che cresce sugli scalini del trono degli dei, così com'è, “forte e delicata”. Pianta che non dà possibilità di autocompiangimenti e piegamenti sul proprio male, accelera la guarigione con un intervento tipico di chi nasce cresce e vive tra le rocce a grande altezza: deciso, etereo, diremmo celestiale.