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Data: 10 dicembre 2007

Integrazione. Due ragazze africane “verdi”

di Cristina Marongiu

“Per questo numero di Ecoappunti abbiamo raccolto la testimonianza di donne africane, che vivono qui in Italia da parecchio tempo, a Milano per la precisione. Sono iscritte da tempo ai Verdi e abbiamo chiesto loro di raccontarci la loro storia. In questo numero pubblichiamo l‚intervista a Marian Ismail e ad Awa Traore. Nel prossimo numero pubblicheremo l'intervista a Alganesc Fessaha.”
In fuga da un paese in guerra
Marian Ismail è nata a Mogadiscio, in Somalia, da genitori somali e si è trasferita in Italia con tutta la famiglia venticinque anni fa. A Milano vive da tredici anni. La sua situazione è diversa da quella di altri stranieri giunti in Italia spinti dalla disperazione e dalla necessità di trovare un lavoro, ma è comunque interessante.
Qual è stato il motivo che ti ha spinto in Italia?
Per sfuggire alla guerra nel mio paese. Quando sono fuggita con i miei genitori avevo diciotto anni, e devo dirti che non ho avuto nessun tipo di problema per entrare nel vostro paese; nonostante non esistessero ancora dei veri e propri programmi di integrazione. E' stato importantissimo conoscere già la lingua italiana, che è il fattore che aiuta maggiormente l'integrazione.Aiuta a capire più in fretta la mentalità degli italiani.
E' stata dura?
Abbastanza, però per me dipende dalle persone. Per quel che mi riguarda mi sono impegnata da sola per integrarmi e per trovare un lavoro, non ho avuto nessun tipo di aiuto da nessuno, associazioni o partiti. Ho puntato solo sulla mia grande forza di volontà e sulla conoscenza della lingua. Da anni ormai lavoro come mediatrice culturale, mi occupo della Comunità Somala in Italia e sono interprete. Ho fatto parte della “Consulta Nazionale sull'immigrazione e le loro famiglie” collaborando con l'ex ministro Turco. E mi sento cittadina italiana e non immigrata.
Rispetto a quando sei arrivata tu che cosa è cambiato?
Noi “immigrati” eravamo ancora pochi e la situazione era molto più gestibile. Questo nonostante l'Italia non avesse ancora dei progetti di integrazione che sono arrivati solo più tardi. In questi venticinque anni sono decisamente peggiorati i rapporti con gli stranieri, anche se è migliorato l'aspetto burocratico: i documenti si ottengono più velocemente. Ma questo lo imputo soprattutto alla particolare situazione dell'Italia, che, diversamente da altri paesi europei, non è mai stata un paese di immigrazione, bensì di emigrazione, e si è ritrovata di punto in bianco a dover gestire “un'invasione” di gente diversa in pochissimo tempo.
E il razzismo?
Il pensiero degli italiani è sempre lo stesso: “Vengono qui per rubarci il lavoro, le case…Non lavorano e hanno i sussidi, i telefonini, le auto di grossa cilindrata…”. Non pensano a come il signor Mohamed sgobbi dalla mattina alla sera per tirare avanti la famiglia. L'italiano, però, è comunque meno razzista di altri europei, anche se la situazione è peggiorata rispetto a 25 anni fa e ancora di più dopo l'11 settembre. Dopo il crollo delle torri ho notato un certo aumento di insofferenza nei confronti degli stranieri di origine islamica. Comunque vedo che la gente va tranquillamente a fare la spesa insieme, i bambini giocano insieme…mi sembra che la convivenza prevalga rispetto a episodi sporadici di “intolleranza”. Devo confessarti che nonostante l'Italia sia abbastanza nuova in fatto di immigrazione, mi sembra però che esista un elevato tasso di umanità, che poi è proprio quello che ci salverà dai fenomeni di “ghettizzazione” che esistono negli Stati Uniti, in Francia o in Germania. Oppure nella patria della più grande segregazione razziale della storia: il Sudafrica.
E i clandestini?
E' un problema politico, che deve però, a mio avviso, essere risolto a livello europeo. Bisogna che i paesi dell'Ue, e in particolare quelli che si affacciano sul Mediterraneo, elaborino una legge unitaria sull'immigrazione. In Italia la legge Turco- Napolitano era la migliore che potesse esistere. La Bossi-Fini ha tentato di ricalcarla, ma purtroppo è nata in un momento negativo, cioè dopo la tragedia dell'11 settembre.
Dal Mali al Balafon
Awa gestisce un accogliente ristorante africano (Il Balafon) in zona Loreto, a Milano. Viene dal Mali, paese di cui mantiene la nazionalità, perché “non ho mai voluto diventare ‘italiana' a tutti gli effetti, nonostante il grande amore per il vostro Paese”. Vive a Milano dal 1985.
Qual è la tua storia?
Ho lasciato il mio paese per seguire mio marito, Buba Keithel, che viveva qui già dal 1962, e lavorava nel campo della moda, come modello. Sai, è stato il primo modello nero, e probabilmente è stato uno dei primi africani a venire qui in Italia. Nell'aprile del 1988 abbiamo aperto questo ristorante, ed era una novità, allora.
I problemi di allora erano gli stessi di adesso?
Non abbiamo mai avuto problemi di nessun tipo, né con la gente che veniva qui, né con gli abitanti della zona. Le persone che oggi frequentano il locale sono, come puoi ben vedere, molto eterogenee: africani, europei, coppie, ragazzini, uomini. Non c'è mai stato nessun episodio di intolleranza. E nemmeno atti di violenza contro il locale.
Quindi mi stai dicendo che non hai mai avuto problemi con gli italiani?
No, mentirei se dicessi il contrario. Quello che ho trovato sono stati solidarietà e amore. Tutti vogliono bene a me, a mio figlio (e a mio marito, che purtroppo è scomparso) come se fossimo una grande famiglia. E non ti parlo della grande famiglia africana, ma di quella multirazziale, dove il colore della pelle e la diversa religione non hanno nessuna importanza. Anche nei momenti di maggiore difficoltà ho trovato gente che mi ha aiutato a risollevarmi.
Come te lo spieghi?
Molto è determinato da noi, dal modo come ci poniamo nei confronti degli altri. Io dico che per poter essere rispettati, noi “immigrati” dobbiamo rispettare. Non possiamo pretendere di essere capiti e voler l'integrazione se rifiutiamo di integrarci o non rispettiamo le vostre regole e usanze. Quando vai a casa di qualcuno, devi per forza cercare di integrarti. E questo è quello che molti immigrati non fanno. Per evitare i fenomeni di intolleranza bisogna spingere lo straniero a “sentirsi una persona”, quindi evitiamo i pietismi e l'aiuto incondizionato e perpetuo, come fanno alcune associazioni umanitarie. In questo modo non si aiuta l'immigrato, perché non lo si spinge a sentirsi “vivo”, a cercare un lavoro ad esempio, che gli possa portare quella dignità che è fondamentale per integrarsi.
Ti senti più fortunata di altri?
La presenza di mio marito ha significato molto per me, ma non mi sento per niente “fortunata”, né una “privilegiata” rispetto ad altre donne africane. Quando sono venuta qui non sapevo una parola di italiano. Ho fatto tutto da sola e con l'aiuto di mio marito. Sono andata a scuola, ho imparato l'italiano parlando con le persone qui al ristorante. La prima cosa che ho cercato è stata l'integrazione. E poi ho avuto sempre tanti amici che mi hanno aiutato in ogni circostanza. Devo dirti che ho anche molti amici di destra, di An, che però sono come fratelli per me, ed io sono una sorella per loro.
Come, anche loro?
La politica spesso non rispecchia fino in fondo la realtà. Se tu sei mio amico e sei di An, continuerai a essere mio amico, e ti aiuterò sempre, e viceversa.
Torneresti nel Mali?
No, anche se torno sempre lì a trovare mia madre (che è francese), mio padre, maliano e mia nonna che è la direttrice della Banca Centrale del paese, e anche se siamo tutti più o meno parenti (ci si sposa tra persone della stessa famiglia), non ci tornerei a vivere. Non potrei farlo perché non ne ho i mezzi economici, perché sono molto conosciuta lì e la tradizione maliana vuole che devi dare qualcosa (denaro, vestiti) quando saluti qualcuno. E siccome ti co noscono tutti. Tuttavia ho deciso di mantenere il mio passaporto africano e di non prendere la nazionalità italiana né quella francese. Questo perché, nonostante tutto, sono e rimango una donna africana del Mali.
L'integrazione sarà più facile un giorno secondo te?
L'italiano è nato emigrante come noi, non è razzista, solo che a volte è ignorante. Il pensiero più diffuso tra gli italiani nei confronti degli stranieri è: “poverini, non hanno nulla”. E questo non è razzismo, ma ignoranza. Purtroppo ho notato che sono le nuove generazioni quelle più ignoranti, proprio perché non conoscono le nostre realtà, le nostre culture, e non hanno vissuto sulla loro pelle l'esperienza dell'emigrazione. Agli italiani dico che devono fidarsi di noi, devono cercare di conoscerci e farsi conoscere. Solo così l'integrazione è possibile.