Da Ecoappunti, - 10 luglio 2007
Parlando di sviluppo sostenibile del territorio non si può che partire
dalla relazione tra ambiente naturale e ambiente costruito, una relazione simbiotica, perché come il primo condiziona fin dal principio i processi di inurbamento, così il secondo va a sua volta a incidere sulle caratteristiche originarie del primo. Talvolta in maniera sostenibile, altre volte in maniera del tutto in-sostenibile e, di conseguenza, disastroso
Nella bergamasca per esempio i mesi primaverili e estivi - con maggiori precipitazioni metereologiche - sono caratterizzati ormai da anni dagli “allarme frane”, che più volte nella storia si sono trasformati in veri e propri disastri. Sergio Chiesa , geologo e ricercatore del Cnr, e profondo conoscitore delle valli orobiche, non ha dubbi: “Per prevenire questa categoria di eventi non resta che partire dalla geologia, la scienza che studia la terra”.
Nel mese scorso era allarme frane in bergamasca. Ora la situazione sembra migliorata…
Si, è migliorata grazie anche ad interventi d'emergenza nelle zone più critiche e se va avanti il bel tempo è tutto a posto. A San Giovanni Bianco per esempio la situazione si è stabilizzata grazie agli interventi - costosissimi - d'emergenza messi in campo dopo lo smottamento del versante che è iniziato dopo un lungo periodo siccitoso. Ma non dimentichiamo che la frana della Val Pola di cui quest'anno cade il ventesimo anniversario si è staccata proprio un 28 luglio. Perché il periodo estivo soprattutto nella fascia alpina e prealpina è frequentemente interessato da piogge brevi e intense, che danno luogo ai flussi di detriti e, sporadicamente, da piogge persistenti che danno allagamenti come nell'87. Queste situazioni destano attenzione solo quando finiscono in tragedie. E allora si interviene, in tutta fretta e con costi che lievitano.
Grandi spese per le “cure” ma nessuno ci pensa a “prevenire”…
Per poter prevenire in modo efficace servirebbero più attenzione è più controlli. Ma la presenza antropica permanente sul territorio montano è di molto diminuita su molte aree con la conseguenza che tutte quelle azioni di “vigilanza” praticamente spontanea e di allertamento in presenza di criticità svolte dalla popolazione insediata sono venute a mancare. L'abbandono, quasi istantaneo del dopoguerra, di territori trasformati nel corso di secoli da sistemazioni funzionali alle produzioni agricole e l'urbanizzazione su aree non idonee sono elementi peggiorativi se non accompagnati da un attento processo progettuale. Sulla base del mandato presente nella norma di istituzione della Protezione Civile che indica nella previsione e nella prevenzione i due pilastri per uno sviluppo sostenibile i geologi della Regione Lombardia hanno prodotto molto materiale di supporto all'individuazione delle aree critiche che spesso sono state e sono ignorate.
Anche a San Giovanni Bianco?
No, perché quella di Briolo era una situazione relativamente tranquilla se non fosse intervenuto l'uomo con criteri assolutamente inadeguati. Ci tengo a specificare relativamente, perché comunque quella zona era indicata a pericolosità 3 su una scala di 4. Si trattava dunque di una zona di equilibrio limite che, probabilmente senza l'incauto intervento dell'uomo, sarebbe andata avanti senza problemi…e senza franare. Il territorio, l'”ambiente naturale” ha la sua conformazione e le nostre valli sono sottoposte a continui processi naturali di modellazione che possono dare luogo a modificazioni con effetti catastrofici, e spesso lo sono pure per la scorretta ubicazione degli insediamenti abitativi e infrastrutturali. Ma si tratta di processi con cui la natura ripristina il suo equilibrio di cui certamente bisogna tener conto altrimenti le conseguenze possono davvero essere tragiche. Ma purtroppo su queste considerazioni molto spesso prevalgo le logiche socioeconomiche, certamente importanti, ma che non possono non considerare l'impatto sull'equilibrio idrogeologico.
Quando si parla di prevenzione, dove mancano le istituzioni?
Nella parte normativa. La Regione per esempio ha la colpa di aver svuotato la legislazione in materia di efficacia. Mi riferisco alla legge 41 del 97 che disciplinava gli studi geologici a supporto degli strumenti urbanistici che è stata poi abrogata dalla successiva legge 12 del 2005. In questo passaggio si è sminuito il ruolo di importante filtro di valutazione geologica come segnalato dal presidente dell'Ordine dei geologi della Lombardia. Senza gli strumenti normativi adeguati è impossibile assicurare una prevenzione efficace. E le nuove opere infrastrutturali che saranno costruite, è importante che la progettazione valuti attentamente le condizioni dei singoli territori. Mi viene in mente per esempio il tracciato della Brebemi che taglia da est a ovest la fascia dei fontanili, quindi il deflusso delle acque sotterranee che scorrono da nord a sud. Molti tratti sono previsti in trincea per mitigare l'impatto sul paesaggio: è come immergere la struttura in una piscina e pretendere di tenerla a secco e nel contempo di non interferire con il deflusso della vitale risorsa che permette di irrigare la bassa pianura lombarda.